Un inizio duraturo, dicembre 2014

UN I N I Z I O D U R A T U R O
1giugno 2014- 25dicembre 2014
Autore Virginio Sparavigna

P R I M O C A N T O

Non c’è luogo nello spazio in cui trovo.
Il cielo bombarda luce, cuore illuminato nella notte,
lo spazio assente,
trovo la lontananza, una macchia illumina il giorno,
la carne dona, scioglie il cumulo, mesi, anni, doni inanimati,
ottengo i venti, perdo la fiducia.
la vita oltre me, circondato da limiti, ingabbiato in un cuore,
riconosciuto io, mio stesso padre.
Prendo lo slancio, perdo il vento,
le tracce riassorbono,
il vento depone il cuore e cancella, con insistenza.
Gesti caldi avvolgono la decisione. inizio.
Il tempo affonda l’estate. libero, lontano dalle navi,
mentire riassicurato dalla nudità.
Allontana le forme del mattino.
Strappa , infine una pressione insistente
concilia il destino nell’invisibile.
Il fiutarti nell’immobilità del mio petto.
lontano dal cervello, tra le mani callose,
il gesso della pietra riga le guance,
le acque del torrente sciolgono la mia luce,
appare l’inesistente, pascolare oltre la mia carne
dispersa nel roseto.
Le pieghe, ora pelle, ora vento,
ora il mio cuore, ora sei finito,
chi legge oltre le parole sopporta luci inumane,
il volto scompare,
piume sonore strigliano la brezza emergente.
Alba solo un attimo, senza controllo.
Il ritorno inumano, ammesso tra le rondini, un respiro , lungo e prolungato,
l’aria scompare nell’amore inanimato-
Ritorno senza prendere-
Nego per non fuggire,
per osare il semplice,
ora qui con me,
offuscato nei tuoi cuori.

Prendo il tempo di un cuore avvolgente.
Non voglio rimanere nella trappola,
riconosco e chiudo, perdo me stesso,
incontro la tranquillità che mi cancella.
Il ritorno nel corpo,
fondere ghiaccio tra i denti,
la pianura appesantita dalle macchine libera il legame.

Una macchina per amare e poi,
oltre l’orizzonte avvelenato,
non voglio il tuo canto,
un vento fluido, onesto nel silenzio,
occupa e anima.
La visione è cieca, riassorbe.
Muoviti.

Ritorno. La complicità non è durata.
Giorno dopo giorno attendere deposto tra le mani.
la schiena arcuata, le gambe avvinghiate al collo.
Mi vedi, mi cancelli.
Nutrito nei turbini del risveglio,
lanciato lontano,
pietre luminose.
La luna, nel cuore, avvinghia l’automa.
Il focolare sepolto.
In cammino senza un volto,
brilla una decisione.
la calma ha reso insopportabile ogni vicinanza,
le memorie cancellate dallo splendore di una esistenza
ostile.
Nella fermezza di un sorriso precedo il risveglio.

Dolce e calma giunge la perdita.
La mano stringe nell’aria il vento,
il sangue raccoglie il sorriso,
brilla immobile.
Non voglio seguirti, non voglio me stesso.

La presenza vacilla .
Mi manchi, mi lego.
Il sogno riempie la valle ,
canta e calpesta il vento,
origine notturna accanto la luce,
i tuoi morti felici dell’abbraccio,
vento dopo vento rincara la dose.
Libero. Ignoto, inanimato.
Il giorno allo stremo, richiesta d’invio,
nessuno crede, difficile comporre..
La luce sgretola .
Posso, il potere mi sceglie, l’acqua osserva, cancella ogni scelta.
La notte pare irresistibile in un corpo umano.
Drappeggiato nel cuore il manto severo increspa il fiume,
onde contratte, pressate sul fondo,
osservano un andamento ,
mani ancorate, il cuore è salvo.
La schiena protegge il vento.
Occhi assolati erompono nella pelle,
il canto sorseggia rapidi momenti.
Ti avevo donato.
Trattieni. Ritorna ora . Vicino, alcuni animali sospettano.
Fremono. Incorrono in scelte. Ed è difficile mormorare,
sospettano le anime. Le strade aperte ti precipitano.
Di nuovo il vento solleva.
Tempo alterato.
Droghe, voci fuggite nella nebbia.

DOPO il cuore è la vita.
Il cuore termina il proprio volere,
dopo, l’amore che appare è inesistente.
non ama eppure il suo condurre tocca l’amore,
ne ha le forme,
ne ha perso le complicità.
La calma è incolore, priva di peso,
la sua emozione non appare e pervade incessante
quel che resta dei corpi.

La gioia, il desiderio, la passione,
il sole non scelto,
i tuoi colori,
l’equilibrio di una comparsa appena sfiorata dall’esistenza.
La foresta priva di vita, la foresta dell’abbondanza,
le parole cedono.
Non le inseguo.
Ottenere per non trovare.
Intensità nel non avere più il mio corpo,
la mia mente, i miei desideri,
intensità nell’assenza di solitudine.
I suoni delle voci
sollevano la presenza in uno slancio leggero,
i suoni nel cuore non scorrono mai,
donano leggerezza
per essere liberati.
Non posseggono nulla,
non aspettano,
lungo la discesa non vi è alcuna traccia di loro.

La tranquillità della foresta è inumana,
la foresta che vive nel mio cuore mi ha mangiato,
corro nel bosco passando attraverso alberi di cristallo,
organi invisibili mi ignorano, mi scelgono,
la libertà è silenziosa, di poche parole.

La pace impedisce la replica della vita,
l’esistente non ripete più i suoi tracciati,
il sole cessa di illuminare,
il percepibile non è un oggetto nè mi vuole.
Io ho te privato d’ogni senso.
La voce accarezza e non salva.
Finalmente senza un perchè anche il vento tace,
ma lui è reso scaltro dalla semplicità.
Nella terra che non esiste la vita smarrisce i suoi predoni.
Lo STUPORE è l’alba della vita
La passione prende la morte,
nell’unione i limiti sono valicati,
l’aria trema insufficiente,
il vento torna infante,
il cuore comincia a imparare nell’eclisse.

Non nato mi accresco nella penombra,
il senso arricchisce, gli assenti assolvono, la luce ritorna,
le teste inseguono il volo, lo sguardo spento, la pelle trasparente.
La schiena si scioglie tra le crepe della scogliera.
la mia infanzia e la mia vecchiaia sono identiche
nello stupore, nella devastazione,
nel cacciare il cuore,
nella promiscuità con gli spiriti.
Il vivente eccede il mio stesso pallore,
un abbraccio, non una condanna.

Il tuo posto è libero.
Il tuo cuore è libero.
La danza della liberazione unisce i corpi
disseminati nella luce accecante, nel sottosuolo,
il tuo ritorno sospinto nell’oblio,
al contrario i corpi svuotati fluttuano nella luce,
una delicata pressione priva di vita
scivola tra gli occhi
un attimo prima di sorridere.

Un solo ACCENNO propaga la percezione,
gli esseri compongo i propri limiti,
ogni manifestarsi pare impedire il riassorbimento.
La tranquillità cancella le regole,
quel che consegue svanisce dalle parole.
Il tuo sogno è destarmi.
legato al collo da molteplici abbracci,
sciolgo i legami.
La tranquillità cancella le regole,
quel che conseguo svanisce dalle tue parole.

La sensibilità colma i suoi sforzi di doni,
ogni mattino diventa una promessa di servitù,
la gioia del vivere tra le tue labbra è tenace nell’amicizia,
ma il tuo amore non è un atto di fedeltà,
quel che avviene nel domani già dimora nei cuori,
la percezione nega, e ora anche tu
vuoi negare il patto.
Mi sleghi
e così anche io ti slego.
Gli abbracci persistono crescono,
una tranquilla incessante visione sfalda i nostri corpi.
Da tempo non siamo più insieme
in cima al promontorio a scrutare.
Abbiamo imparato a lavorare,
ignoriamo i nostri sforzi,
non rispondiamo alle presenze,
lasciamo che tutto avvenga.

Abbandonare significa non voler definire,
agire altrimenti dalle onde,
tornare a occuparsi dei limiti,
non diluirli in un testo poetico per
aprire la via ad altro.
Non c’è tempo, non c’è n’è mai stato.
Un continuo ignoto anticiparsi prepara la presenza,
è presente, inspiegabile.

Abbandonare altrimenti le onde,
non voler definire alcun agire,
ritorno alle mie occupazioni,
un ignoto anticiparmi preparare la presenza,
inspiegabile, senza limiti.
La veglia sorprende l’imprecisione della vita,
un esistenza carnosa di labbra,
non diluisco i miei limiti.
mi volto e non aiuto.
Oltre il mio stesso sole,
cedevole, affronto.
Uscire in fretta è necessario, incalzare la passione,
polvere e scintille tutt’intorno
intrise di sudore e pelle,
lo tempesta possibile che dà un inizio,
quello ignoto, abitudinario,
rappreso nei pensieri irrisolti,
anfetamine naturali liberano i corpi.

Profumo di cannella solleva membra di sole,
avvinghiato al sudore, saziato dal cuore canino,
belati sismici annunciano la calma,
la tua calma, più ardita delle mie spasmodiche corse,
il benvenuto all’ignoto, irresponsabile
Afferro la sbarra, i gomiti sotto sforzo trapassano
i primi cuori, vibra tra i tendini, nello slancio profondo.
Il luogo non muta, la scena non cambia,
l’impegno dell’abbraccio ha condotto alla comprensione.

Cado poco oltre,
ginocchia affogate da luci serpentine.
in compagnia di lucci sacri posseggo la corrente del fiume,
è questa la tua calma, prendi le anime con fastidio,
obblighi ad agire nel nulla.
la sfacciata ricchezza della nudità.
Quante volte per saziarti mi hai divorato,
adesso è il mio turno di andarmene,
lasciami libero
e gentile.

Il PAESAGGIO lungo le rive del fiume è spaventoso.
La quiete brilla di una pace inumana,
la carne resta molle e malata,
lo slancio invece scioglie la durata della visione,
si libera del peso del tempo che lascia ai cannibali.

Le voci parlano, raccontano di noi, accusano,
il loro dolore mi sorride,
all’alba accolgono e distruggono,
siamo immersi nello stesso volto,
la tua attenzione accoglie le innumerevoli voci,
non si tratta altro che di questo,
preghiere imperiose presenti ed inascoltate.

Un corpo appena accennato sembra accorgersene
sospeso tra la quiete e il dolore,
malfermo tra i suoi stessi germogli,
dona la sua fonte perchè ogni esistenza è di troppo,
dissolve la bruma che addensa la carne.
La tua amicizia si rapprende nelle mani.
Legami nel cuore,
la mia gioia ti scelga, la tua sincerità
mi sollevi leggero, oltre il buon senso,
negami ogni speranza, tra le tua braccia,
rinnega le mia presenza, nel tuo cuore,
il mio canto sia il tuo,
la mia fiamma sia la tua,
la mia vita ti leghi oltre l’indifferenza.
La povertà del mio amore cerca un timido
accenno dei tuoi occhi,
oggi tremo nel vento che il tuo incerto amore mi dona,
trattengo il tuo canto nei miei seni,
apro il mio nido sanguigno per accogliere
il tuo sincero silenzio.
Il mio petto asseconda le tue lacrime,
le bevo con gioia certo della intimità,
la compagnia vissuta è spensierata, provocatoria.
La schiena, ora, è leggera e solitaria,
raggiunto dai tuoi germogli annuso la terra,
esco dal corpo,
sono pronto per affrontarti.

Nel silenzio una treccia di luci.
Nel silenzio della tranquillità
resta intatta la mia esclusione.
Io disperdo ogni proprietà, la tua certezza e anche il mondo.
Affronto le pieghe della vita nel ripetere il canto,
un inizio di pace.
Il silenzio è presente ovunque.

La percezione produce realtà, materia, concretezza,
quindi neutralizzare la percezione assume una importanza particolare.
La tranquillità, profonda, inqualificabile, è un passaggio inevitabile
verso l’assenza del percepire.
La sensibilità non è opposta all’assenza della percezione,
non vi è alcuna logica nella compresenza della sensibilità
e dell’assenza della percezione.
Non percepire significa non generare e anche generare
senza possederne le conseguenze.
La realtà è in effetti un possesso inclusivo ed inscindibile in cui coabitano più entità
individuali e la loro struttura fisica.
La realtà o viene posseduta o non esiste, segreto del percepire.
Ecco perchè non percepire vuol dire non esistere, essere privi di ogni possesso.
La sensibilità può non essere posseduta, percepita e con intensità e senza individualità.
Se ciò avvenga è noto solo a coloro che lo sperimentano.
Senza il conforto di una religione si cammina in fretta e senza testimoni.

Aiutare le membra a discendere, riconoscere il vento del primo mattino.
La luce irrompe, la percezione solidifica gli strati,
giornate di periferia.
Una folla di cuori occupa i cieli.
Le azioni scorrono nei liquidi, il tempo osserva, dilaga.
I contorni di più vite appiano insieme, il vento gonfia le distese dei campi,
gli occhi si muovono inseguendo ombre confuse, pressioni imperiose, nascoste.
La nascita e ala morte di un cenno, di una speranza, di una fatica
ingombrano le manifestazioni, il dare amore ripiega su deboli promesse,
le passioni arretrano nel vivente, perdono tenacia.

Aiutare le membra a discendere, riconoscere il vento del primo mattino.
La luce irrompe, la percezione solidifica gli strati,
giornate di periferia.
Una folla di cuori occupa i cieli.
Le azioni scorrono nei liquidi, il tempo osserva, dilaga.
I contorni di più vite appiano insieme, il vento gonfia le distese dei campi,
gli occhi si muovono inseguendo ombre confuse, pressioni imperiose, nascoste.
La nascita e la morte di un cenno, di una speranza, di una fatica
ingombrano le manifestazioni, il dare amore ripiega su deboli promesse,
le passioni arretrano nel vivente, perdono tenacia.

Quando la foresta scomparve eravamo insieme,
abituati da tempo alla solitudine,
il cielo drappeggiato dalla nostra tenacia.
Per via della tua ostinazione non fummo sorpresi,
il cielo scomparve, niente di nuovo premeva nelle nostre densità,
non eravamo più cibo nè desiderio per alcuno spirito.
Le parole cessarono di scorrere o rollare leggere tra le nostre lingue.
Ora siamo privati d’interesse per l’amore, l’anima, i molti strumenti
destinati alla salvezza, alla generosità.
Non è più il momento dell’agire,
con avidi occhi tento di capire il dono.

La notte scorre nel cielo, dritto nel cielo il sole avverte la brezza,
la vita manca a se stessa, il respiro dona le sue labbra, morbida spiaggia invernale
fracassa le costole, nell’aria la polvere del tuo amore,
le vertebre frantumano l’immagine,
immobile di fronte a te,
solitario inverno nel cuore esplosivo,
donare la carne al sole scomparso, eclisse nel tuono, feroci amicizie colmano
la mente insana.
Il timido abbraccia lega il tuo affetto, ritorna nel petto,
aspiro la tensione del sangue, insieme, strappo la porta,
scompaio nel vento, mattina e dinamite riempiono il mio spazio.
Grazie del dono.
Fiore nato nella nitro. Lancio le squame al vento.
Di fronte al tuo amore mi demolisco.
Un solo colpo. Poi l’offerta si compie.
Braccia tremanti per lo sforzo, le vesti allacciate
con impaccio, nudo senza di te.
Riempi il collo di parole intonate,
corri nella vita pestando con furia le pietre,
la folla degli spiriti solleva la tua apparizione,
la trattengo, mi elevo nella fine del tempo.
Il tramonto mi provoca, viola la memoria di te,
temo la notte, offende il mio coraggio,
rompe la scogliera, il coraggio è la mia sciagura.
Trattienimi, non farmi entrare,
devo ancora apprendere gli ultimi suoni del sangue.

La pietà riposa nel vento, nella deriva terrestre, nel sole lacerato
da inesperta energia. Qui trovo il gigante ad aspettarmi. il solito luogo
fortificato tra i fiori, liquame estivo incrostato tra i piedi,
offri il tuo silenzio al mio corpo sudato, eccitato dall’incanto,
indeciso nella polvere urbana, saliva mortale, attraente,
sempre a te vicino.

Il patto trascina il vento dei tamburi,
è il tuo passo puntuale a scoprirmi, a decidere l’incontro,
labbra fluttuanti succhiano la fine, affrettano
l’ultimo abbraccio,
quieta, dolce decisione, il cuore placa la marcia.

Le teste azzannano sassi luminosi, gioiose sputano l’amore nelle fosse ancora fresche,
in ginocchio aggrappato alla terra umida, le anime allineano le attese ormai inutili
e mi guardano, mi schiacciano le parole nella gola, e un’altra decisione è presa,
le tue braccia fendono i cieli, scrutano il mio pudore,
escono per sempre, mi trascinano via.

Luce informe scorre tra le mani, le ginocchia trattengono,
le braccia salgono, traggono il lume nascente vicino ai cuori,
non ti riconosco, ti prendo , allontano il tuo nome
non me lo chiedi, so che devi andare, dimenticarti di me.
Rinasco ogni giorno nel tuo corpo per liberarmi,
so che non esisti, quella consapevolezza è il mio amore.
La testimonianza è composta da rapidi attimi,
il resto freme oltre il coraggio,
la mappa del mio cielo infranta senza possederti.
E’ bello sapermi folle, cieco nel tuo destino,
inospitale.
La percezione profonda precede l’ego. La percezione profonda ,
di cui anche si parla nello YOGA, non è
la percezione umana ma una percezione che lo precede, tale percezione
può essere chiamata natura, cosmo o come si vuole.
Resta il fatto che è la percezione a creare l’Ego e non altrimenti.
La percezione e le sue creazioni avvengono nel tempo solo per l’EGO,
ma in realtà si svolgono al di fuori del tempo, esistono e al tempo stesso
non sono reali.
L’Ego può avvertire la natura della percezione da cui è creato
attraverso attività non percettive pure accessibili, l’ego può realizzare
il fatto di essere senza esistere. L’ego può essere non umano
continuando ad essere umano.
Definire e creare la percezione è ciò che continuamente fa l’ Ego.
Se l’ego si libera da qualsiasi agire, evitando distorsioni
grottesche quali cessare di respirare, mangiare e molto altro,
la percezione cessa di crearlo. La percezione profonda non può essere
posseduta, senza possesso non si è più umani.
Esistere senza possedere ha delle implicazioni inimmaginabili
nella vita quotidiana.

La luce difende la tua lontananza. Dentro il cuore.
lago fluttuante lontano dalla memoria.
La gioia mi intimidisce, impedisce la comprensione.
In un parco inospitale per qualche attimo.
Il tempo evapora dal cuore, disperde il mio nome,
esalta l’energia.
Tuttavia senza te appartengo più di prima al tuo volere.
Nel vento del mattino avviene l’abbandono dei cuori,
il dono del risveglio è il risveglio, senza compromessi.
Lo scambio della vita per il superfluo, l’inesistenza,
il gesto concentrato dalla precisione dell’amore.
Ti evoco, tu mi neghi, il silenzio spiega e ferisce.
S E C O N D O C A N T O

IL SOLE IMMOBILE RIPETE.
Conosce i giorni, il tuo sorriso, l’attimo dell’arrivo.
La volontà non ti confonde, liberi la vita,
l’amore si rafforza, non doni labbra, non doni volti,
il tempo accarezza la scogliera,
il piede cancella il sole,
La pioggia ha solidificato lo slancio delle rocce,
le pietre scorrono nei canali,
diventano creature lacustri.
Il cane d’aria mi avvisa, gli amici giungono,
tu hai fede, esalti il tuo vicino.
Il Tuo, un tuffo nel Mio, non più conoscibili.

La decisione di non indietreggiare.
Perdo ogni definizione, leggero mi poso al di fuori del cuore.
L’amore ha perso i luoghi e il tempo,
non richiesto, inesiste,
la sua presenza non dona calore ma imparzialità.
L’inizio annulla il ritorno, tu non mi riconosci,
E siamo sempre più vicini.
Le mappe della vita sommano calcoli, frasi incomplete,
diari incantati sospendono il giudizio, l’oro di un paese del sud
brilla negli occhi.
Gemme remote sospingono un possente brusio, nelle spire del tifone il
loro suono guida, dona incolumità, spinge il cuore alla trasparenza,
un attimo prima di decadere nella propria anima,
di lasciarla alla furia degli spiriti
ai quali va la passione del risveglio.

Il corpo allinea il peso, docile, centrale, la pelle espande nell’aria,
mucillagine marina scivola sulla peluria,
le mani hanno spasmi da insetto,
le visioni ne subiscono le torsioni,
la natura incrinata non trattiene più i segreti,
mi scivola nel ventre, risucchia oltre la collera.

Il temporale trova rifugio nel petto svuotato,
torrenti estivi striano la carne di perle luccicanti,
le spinte degli amori domestici scaraventano
i praticanti nella pianura sudata e minacciosa
a ridosso dell’ultimo orizzonte ancora concesso.
Gli occhi tradiscono la visione,
un ronzio immoto sostituisce il respiro,
un’altra vita promette, precede.

La natura non può essere inattiva,
nelle sue braccia serrate e pacifiche
il mio cuore cede nel tuo, poi nel suo,
poi diventa cibo degli spiriti
con i quali l’unione è perfetta, fatale
nell’amarti e nel non volerti,
amore estraneo ad ogni presenza.

Da parte , accumulo un amore non fatto per amare,
nel silenzio ti frequento, osservo nel sonno,
indovino nel vento, ti abbraccio senza possederti,
le tue mani pressano la mia bocca senza mai baciarla,
mi respiri incurante dell’aria che il mio cuore solleva,
un cuore di amore non a te dedicato.
L’amore precede ogni gesto, amore incurante di ogni anima.
Nella vita, la pressione del tuo corpo modella il mio,
l’aria è il respiro che mi respinge,
che tu allontani da me, per donarmi la promessa,
per spingermi a cercarti e sapermi isolato,
pronto ad un eterno silenzio pur di riaverti,
perchè è me che voglio perdere
perchè solo da me vuoi accettare un inizio impossibile.
Quel che resta in questa casa a malapena mi rassomiglia.
Niente ci ha fermato.

L’amore è il mio pretesto per chiamarti.
So per certo che senza occhi mi guardi, senza mani mi afferri,
non esisti eppure la tua continua pressione mi avvolge.
io mi illudo di evocarti, raggiungerti,
mentre sono soltanto una semplice apparizione evanescente,
un pretesto per le emozioni di altri,
il transito veloce di una manciata di scintille.
Non ti voglio vicino perchè non c’è niente
che io voglia,
io stesso mi respingo, ho consegnato i miei desideri
agli spiriti che li hanno creati e, se ti evoco,
è per l’imperiosa presenza degli spiriti
ansiosi di risposte e di amore.
L’evocazione non è il regno della solitudine
per questo conduce all’amore ma non conduce a me o a te.
L’intensità dei nostri incontri è ignota al desiderio,
è l’impeto del non vivente, del non vissuto,
l’impeto di ciò che mai potrà vivere.
Ed è senza una forma possibile che abbraccio di nuovo l’amore,
per non giustificare la tua assenza
ho addirittura un corpo, e mangio e amo
con estrema passione.
Avverto i tuoi corpi,
il contatto perde il possesso,
se dico che ti amo,
non credermi.
Gli spiriti sono me,
quali e quanti spiriti non ha importanza,
gli spiriti non si contano,
compongono incessantemente altri spiriti.
Posso chiamarli natura,
posso chiamarli energie,
non li possiedo,
mi compongono e vivono intensamente.
Io riposo nel loro agire,
il loro agire ed essere sempre altrove,
certo, non come spiriti.
Credo di essere diverso dagli spiriti e alloro li nomino,
dico, dunque :” Oh Spiriti!”,
riconosco che anche così gli
spiriti non sono che me.
Se non li chiamo, nè li nomino,
allora parlo dell’amore e non del suo volto,
troppi dettagli distruggono l’amore,
non bisogna rendere possibile l’amore
laddove l’amore è già mutato,
riconosciuto,
semplicemente laddove l’amore
non è che un passato.
Gli spiriti sono privi di un destino,
si estinguono con gioia.

Sconosciuto osservare, ripopola l’esistenza, anche nel corpo
la presenza imprime vita, propone movimenti inconsueti.
Prende i venti , riposa, osserva il cadere, dopo l’agire,
oltre lo stordimento dell’eccitazione,
offro un’inutile spiegare a me stesso, i fiori assottigliano
la terra, lasciano nudo, l’aria non riposa più in me.
I gesti chiamano, in fretta disegnano gli accessi, sono troppi,
molto semplici, non appropriati per un solo vivente,
unione suggeriscono intorno, le mani che danno forma,
riprendono vita, cessano quando il respiro finalmente germoglia.
Vuoi la mia attenzione, eppure l’amore, il tuo amore si oppone,
è stanco, già possiede, vuole lasciarci, liberarmi,
ma che importa, dopo l’unione la precisione del desiderio
è troppo intensa per tollerare le nostre presenze,
nell’abbraccio tuona la natura a noi prima estranea,
noi ora estranei a noi stessi
estranei per eccesso di intimità.

La compagnia dell’aria è preziosa, il respiro altrove riposa,
mani scompongono con gioia la mia pelle,
abbraccio vegetale imprime le slancio mattiniero,
vita gorgogliante e lucente nel tuo volermi,
io dedico la mia intensità alla dedizione,
tu dimentichi la mia umanità,
il nostro patto si rinnova ad ogni alba.

Dov’è il luogo del tuo cuore?
Nel contorno del giardino i germogli notturni assorbono il cuore,
ultimo, rimasto ad ascoltare.
Così tutto è cominciato.
Per non tradire un sentimento,
l’unico che abbia mai provato.
E poi era il tuo,
e l’intelligenza era sua,
e la gioia era nelle amicizie,
nelle nudità sfacciate e godute.
Io non mi rassomiglio e non ti perdo.

Non ho scelto di nascere,
piuttosto ti ho accolto,
trascorro il tuo tempo al posto del mio,
dispongo della tua avidità,
che non è la mia,
pretendi la mia vita,
ed è un gioco che accetto,
facile, innocuo,
abbracciato al tuo sole,
intrappolate nelle tue ore,
attratto dalle onde del tuo impossibile amare.
La mia nascita è un’arma del tuo cuore,
accetto la tua guerra,
ne scopro l’orrore,
dormo nel tuo sangue,
i fiori irrompono incuranti della tua presenza,
non mi vogliono,
mi lasciano alle tue cure,
dipendente dal cielo,
dal sole macchiato,
in ascolto del cuore,
in vita per un lunghissimo giorno.
Il tuo ascolto è stata la mia nascita.
Puoi indietreggiare, temi l’azzardo,
divorato dalla stanchezza gioisci per l’abbandono.
Nati e non nati restituiamo la luce,
è un gesto dei fiori che ammassano l’estate
lontano dalla mia fantasia.
La vita mi precede da sempre,
nascere non conduce alla vita,
nelle tue attenzioni sono sempre io che parlo,
dunque mi accorgo della tua mano che trema,
ma tu mi hai scelto e condotto fin qui.

Il paesaggio si è aperto, non ci sono i fiori,
non brilla il sole, non ci siamo noi.
Parlo, tu parli, va bene così.

Nel corpo . Da lì in poi incontrarci.
Nel corpo, trovo , vedo il tuo arrivo.
Nel corpo mi sollevo dal tempo,
cesso di illuderti.
Le parole mi abbandonano mentre la
pelle si tende, affusolata, incompiuta,
attraversata dal vento, diffusa nel cosmo
ora assente per sempre,
il tuo posto ancora caldo.
Non ascolto che me, senza odiarti,
trovo muscoli, ossa, cartilagini,
la mia pratica ininterrotta.
Con la prima spinta scopro l’ultimo inizio,
la continuità della gioia acceca.

Nel mio corpo prendimi,
il mio posto è il tuo,
nella continuità della gioia
è la tua muta promessa,
la tua pressione mi risveglia
senza un corpo,
non diverso da te,
non vivo, non muoio,
semplicemente tuo,
il tuo cuore nel mio,
il tuo silenzio nel mio,
non diverso da me,
nemmeno appari,
tu sei il mio corpo,
nel mio corpo termino.

Nel mio corpo prendimi,
impetuosa liscia ridente,
il mio posto è il tuo,
fiumi armati di ossa
nella continuità della gioia
ammassati, ridere della preda,
è la tua muta promessa,
con la testa a ventaglio, la tua pressione mi risveglia
essiccato, trasformato in fanghiglia,
senza un corpo,
le strade in penombra, urtate dai venti,
non diverso da te,
il tragitto grava sulle ginocchia invecchiate,
macchie fugaci , liquidi nel corpo,
non vivo, non muoio,
semplicemente tuo,
il tuo cuore nel mio,
il tuo silenzio nel mio,
non diverso da me,
nemmeno appari,
tu sei il mio corpo,
nel mio corpo termino.

INUTILE chiamare il tempo, il corpo vuole “il tuo”,
la mente arriva con il suo gran fracasso.
Gli esseri la cui percezione non richiede la produzione dell’altro, sono esseri ben fortunati,
probabilmente non sono esseri.
Coloro che, come me, per percepire producono naturalmente
un oggetto e un soggetto non c’è pace ma solo amore.

Rientra nella vita, rientra nel cuore,
lascia amare, muore l’amore,
nel lago di sangue i germogli fioriscono,
gli occhi li ignorano,
il silenzio stordisce ed aiuta.
Tu non hai cuori, mi sorridi comunque,
odo il tuo amore, odio il mio amore,
catturo il tuo bacio ma niente ottengo.
Cosa sono per chiedertelo, un cuore privo di rami,
carne fuggiasca irradiata nelle tue membra.
Mi ritiro fra gli occhi, sfuggo il tuo arrivo,
riassorbo il mio tempo, la tua innocenza,
l’entusiasmo rinasce.
Certo è un mostro che nasce, ogni pomeriggio mi bracca,
legato tra i cani, feroce nella vita,
un possesso tossico, rapace.
Chi io sono per poter ancor vivere,
ai tuoi piedi tramutato, eterno inospitale randagio.
Grazie per la tua quotidianità,
onesto lavoro di mascella,
strattono il tuo petto, rimuovo il mio fiato,
mi contraggo stupito con il cuore di un figlio.
Mi hai emozionato, esserti vicino non è che un dettaglio.
Nello scrutarti vengo cancellato, l’amore non è più il tuo,
ancora ti parlo mentre la calma cellulare mi denuda,
irrompe, saluto il silenzio.
Se finisce ,così, nel coraggio ti raggiungo.

Gioia e temporali, rapide vegetali
sollevano il petto.
Ti tocco, nel grembo volo, lago del tuo benessere,
rami tuffati nelle pozze di luci.

Il pomeriggio in acque profonde,
sagacia urbana,
demoni in piazza, riposo.

Il coraggio, se è finito,
il tuo coraggio,
mi guarderai ancora?
Il tuo petto è un temporale gioioso,
io volo nel tuo benessere,
credo di amarti,
il tuo amore immerso in un lago di luce,
rami feriti tuffati nelle acque,
profonde, fangose,
amorevole, demoniaco amore.
Non posso temerti.
Il tuo pomeriggio era vuoto,
io dimenticato in un grezzo sorriso,
non mi temi, io mi temo, invece.
Riprendo il tuo gioco.
Non lavoro per te.
Il tuo cuore semplice, lievi battiti,
carezze carnose, penetrano,
qui mi trovano,
dove non c’è più nulla da custodire,
a parte il tuo calore,
instabile presenza ti manifesti,
sono già altrove,
accanto a ciò che ti appartiene,
parto,
il tuo carico è privo di legge,
la tua parola tatuata nelle mia gola.

Cosa riesce ancora a splendere lontano dalla vita?
Come ritrovo la tua certezza?
La parola che mi hai giurato crea il mio sangue,
crea il mio tempo.
Io, fedele ai tuoi desideri,
non ti cerco più.

Chi mi ha parlato oggi?
immerso nel tempo,
il fiume ti ha voluto, la pioggia mi ha abbracciato,
il fango ha cantato, il gelo ha usato il cuore,
i fiori ancora parlano,
incuranti della notte, del mare, dell’aria avvelenata, di me.

Nell’ombra i cavalli hanno divorato il sole.
Ora tocca al giorno sopportare il tuo sguardo,
Il temporale ottiene il silenzio.
Corro con te nelle nuvole d’acqua galleggianti nell’aria.

Nel tuo cuore non c’è che amore, libertà.

Torno nel fiume.
C A N T O T E R Z O
Fra te e me le dune mobili lasciano scorrere la laguna.
Non sfuggo la generazione, una emozione dopo l’altra
edifico il tuo amore, lascio, torno, ottengo
e resto schiavo. Per parlarti il luogo d’incontro
è la mia schiavitù. un solo gesto assorbe il nostro amore.
Ti canto senza ascoltare.
Sono l’ascolto ma non sono me stesso.
La natura vive senza accorgersene,
la natura non turba la propria esistenza,
natura, incondizionate natura.
La coscienza mi sfugge,
la natura non vuole, io voglio te,
lo dico,
lo temo.
Produco altro tempo perchè me lo chiedi,
quel che trovi ti lascia libero,
se mi vedi taci.

La tua paura è la mia incoscienza,
il mio amore non ti basta,
eppure non ho altro amore che l’incoscienza.
Sembra un semplice remare nel liquido, caldo umore del lago.
Il sole intuisce il tuo disimpegno,
non puuoi assumerti un’altra responsabilità,
le scelte ti precipitano, ora cammini sicuro,
ma poi, i rumori ti assalgono, la visioni ti smembrano,
le voci ti saccheggiano e infine
non sei più niente,
anche il dolore ti evita.

E tutto avviene per starti vicino,
con te il vuoto prende forma,
io stesso non esistevo fino al tuo primo abbraccio.
La memoria mi ha dato il tuo volto,
non vedo che te amore mio,
e corro tra gli alberi, navigando nel tuo sudore.

Senza un inizio nè una fine l’amore giunge,
ci evita, non riconosce.
L’amore mi cancella, ignora la sofferenza,
non mi vuole come complice,
non vuole nessuno, non vuole niente.
La sua manifestazione è nella tua e nella mia presenza,
ma non ti vedo, non vedo, ascolto appena il cuore cadere nel mare,
un mare afono, senza pressione, in cui mi calo,
indistinto non vibrare.
Tu ed io finalmente uniti non esistiamo,
pressiamo il reale nel nostro corpo,
non più attesi, non più sostenuti.
La vita non ha ricompensa,
se ce l’ha è un inganno.
Il mio corpo, la tua presenza, vive nelle parole
che non potrò mai dire.
Non ti evoco.
Respiro.
Non è il tuo corpo, non è il tuo amore,
non è la tua vita, attenzione, abbraccio, che voglio,
io non voglio.
Mi rifiuto.
La natura ti annoia, ignori gli spiriti,
le energie appaiono meccaniche ed automatiche.
Mi dedico,
a me stesso l’affronto, l’impegno, dire non basta.
E’ un invito a non drogarsi col tempo,
a lasciar spazio al vuoto,
a provocare il sentimento, le emozioni, la violenza.
Immobile per essere un vincitore senza vittoria,
esserti vicino senza immaginazione.
“Il tuo” è “Il mio” ,
parlo avvolto in membrane parlanti,
instabile fino alla prossima fioritura,
in primavera, lontano dalle stagioni.
Affrontare un solo respiro è più di una battaglia.
Senza armi, senza un corpo, senza di me.
Nel silenzio avviene il riconoscimento
e la dissoluzione di ogni movimento.
Il silenzio è un tuono.
Assieme agli spiriti e al movimento comincia il riassorbimento.

Alcuni spiriti mi riassorbono in parte,
tra e me e loro la luce non compare,
l’intensità non filtra, ha luogo.
Ogni giorno, ogno minuto, ogni istante,
il racconto diventa realtà,
la realtà non conosce il cuore,
il cuore condivide e accoglie,
la realtà del giorno esclude.
Lontano dalle parole giace il cuore inumano.
Attivo il mio tempo,
parlo inumano,
resto fermo a guardati,
infine niente si manifesta per diletto.

Tra i cuori nasce.
La morte è intensa,
troppo viva per esistere. tiene stretta a sè.
Ogni cuore spinge la pressione oltre il reale.
Davanti c’è l’amore, nessuna esitazione,
presenza e slancio dissolvono ogni segno,
la traccia racchiusa nel tuo, nel mio respiro.

Silenzio, amore, pace,
soprattutto entusiasmo.

La mia mano, pronta, afferra l’aria,
rivolge il tuo sguardo nel ventre, affollato di ricordi,
le urla si appiccicano alle mani, il tuo sguardo nel mio incunea la vita,
ogni respiro ramifica le sue pretese, diffonde le mie,
fa tue le proprie,
manca il perdono, non rammento più chi sono,
ti invoco,
mi rapprendo nella tua scia,
ogni giorno un tuo incendio.
La notte, il sonno, il cuore, l’occhiata nel sole,
le mani giunte tra i seni, il petto ristretto nelle ossa,
le anche flessibili,
la scioltezza nelle caviglie, il cuore solleva il peso,
l’umore della parola preme il vento,
poi l’alba cancella il pallore,
la decisione germoglia fuori dalla mente,
la tenerezza priva di un qualche riconoscimento,
anonimo nel successo,
disarticolato dall’attesa.
Con l’amicizia di cui sei capace accenni alla mia fine.
Il corpo arrotolato attorno al cuore,
pronto allo slancio,
appena il primo sudore incontra la luce,
la presenza dipana i suoi corpi,
nasco nel tuo agire,
la tua conoscenza il mio sorriso,
a proprio agio nel cuore immanifesto,
presente nel tempo.
L’ignoto della intensità mai ripetuta, mai uguale a se stessa,
ha la presenza del tuono, delle tempeste, degli incendi,
del silenzio terrificante che sopraggiunge dopo l’estasi.
I movimenti non automatici scardinano i corpi,
annullano gli spiriti,
introducono all’agire nell’irriconoscibile.
é’ nel vento senza essere il vento,
è nel tuono senza essere il tuono,
è negli oceani senza percepirli.
E’ lontano da te,
mi accosto alla luce battente,
non la posso vedere.
Non è energia quella che mi sbalza lontano,
è la vita che mi libera dalle sue forme,
dalle sue imperiose richieste.
Sembra energia ma non lo è,
ti porta lontano stando fermo,
non è tua, non sua, è altrove e sempre in te presente,
svanisce unendo, non posso indicarne la presenza.
Non mi può essere utile.
La sua via cancella la mia, distrugge il mio,
è la via della natura non conoscibile,
con lei non sono io a muovermi,
non è energia poichè non da forma
e lascia intatta l’esistente.
Così vicina e intima da non poter essere contenuta nello spazio.
lo spazio è la mente, il corpo, il mio tempo.
ignorare l’energia per vivere,
sembrare passivo è esplosivo.
Ciò che sembrava passione si ribella e mi abbandona.
La pace, la calma , non mi vogliono, non vogliono essere cercate,
La quiete è attiva, l’attività è quiete,
qui nel chiuso di un’ asfittica città
e nelle intimità che, nel dolore, cerca di possedermi.
Un amore strano che unisce ma non perdona
incassa il mio ultimo giorno.
La notte trapela dal mio petto,
è spaventoso come la vicinanza alla vita
non allieti il mio animo,
ma è un attimo, poi vengo abbandonato.
Tu ed io, e voi e loro,
noi tutti abbracciati in un’unica parola, immagine, suono,
per un attimo, per sempre, per tutti.
Quell’unica parola non esiste,
risuona ovunque priva di energia e ritmo.
I ritmi sono le membra,
le pressioni dilagano e ovunque
germoglia la nascita.
Contare esaurisce i sensi.
L’unione dilaga,
l’estasi è un dettaglio,
nei sentieri indugia il cielo,
brilla, è pomeriggio.

Membra di terra, aria, amore, compresso dalle molte
mani dei tuoi molti cuori,
tuoi, vostri, mai apparsi, in alcun modo contenibili.
Il sentimento è vicino nel bosco del mattino,
compone il respiro, mi solleva, flette
in un volere cui dare la forma del cielo, della morte.
Un continuo amare disarticola il possesso,
le membra posano le terre,
la tensione sospende la presa,
senza un luogo per esistere
appare il giorno del mio volere.

Non ci sei, nè io sono qui.
Il trionfo della gioia nella privazione
di ogni qualità.
Alla fine così il cuore piangerà.
L’entusiasmo, già ha scaraventato
altrove il mio corpo,
la mancanza diventa la permanenza
nello stupore passivo,
agire non corrisposto per accettare
il coraggio disinteressato.

Non ti riconosco nelle mie membra, nei miei pensieri,
nel mio amore.
Posso vivere senza di me.
Il sole mi trascina riluttante
verso la pace non mia, non tua,
l’incontro è reso necessario dalla natura delle cose,
e nell’obbligo della passione
la scelta perde il suo interesse,
una solidarietà adulta stringe il tempo fra le mani.
Le emozioni sono la mia giornata.
lontano dal suono il sorriso ridiventa terra
e trova l’entusiasmo,
ma la pace è perduta,
le parole non filtrano sin qui,
un vento incessante stordisce ogni presenza sul nascere.

La semplicità è inanimata, non si manifesta,
non ha voleri, eppure è la mia vita prima della tua,
ad osservarci sono le loro scelte,
la nebbia fluttua, esaspera le sue forme,
poi noi senza di loro,
senza di noi,
il cuore finalmente aperto non ha peso,
i loro voleri arretrano,
non sono mai esistiti.

Vedo agire, vedo te, io te e il vedere nel giorno,
sempre più uniti, sempre più intensi,
l’unione arretra, non si manifesta nè a me nè a te,
l’unione brilla , sembra energia senza esserlo,
sempre potente senza esserlo,
sembra sorridermi e mi ignora,
la posso abbracciare inutilmente perchè mai
il suo desiderio è il mio,
eppure è presente, fluisce dal cuore, dalle braccia,
dalla mente, incurante dell’agire,
di me, di te, del corpo
e continua incessante a fluire.
Lei non è coinvolta in alcun riconoscimento,
io, se la amo davvero, cesso di esistere,
ma non di tenerti compagnia, di cercare la tua e la mia vicinanza.
L’unione è senza qualità perchè non la posso afferrare col volere,
ma ha i suoi luoghi nel corpo,
il corpo quando aderisce alla mente,
la mente quando aderisce al corpo,
danno forma a ciò che non è possibile trovare nel corpo,
nella mente, nelle forme delle emozioni e dei desideri.
Non c’è scelta, non c’è da esitare,
non è follia vivere senza essere la propria percezione.

Io mangio il cibo,
ma è il cibo che mi mangia,
io ti guardo, senza di te non capirei la mia esistenza,
io ti genero, tu che sei me.
Le emozioni mi si affollano attorno,
un ricco banchetto per spiriti frettolosi.
Io sono il loro cibo, senza di loro non muterei,
ma il cibo non è niente,
è un percepire limitante infranto dal mio e dal tuo amore
in cui riassorbire il sogno della vita.
Nel limite del mio cuore perdo il rifugio,
non posso più aspettare ma non faccio altro che attendere.
Ora parlano le parole, non vogliono essere complici,
mi ordinano di uscire, di attraversare il loro corpo,
di diventare una di loro.
La visione annebbia l’attesa.
il paesaggio coagula nel cuore,
scaturisce nell’amore.
Un affetto indefinito mi unisce alla presenza.
Il tuo sorriso è il varco a lungo atteso.
Acqua, aria, precipitano i sensi,
la tua pressione leggera mi sorregge
e tutto abbraccia,
ti chiamo, ti nomino
perchè qui non c’è più nessuno,
e le voci sono ancora tante.

Attimi desiderati,
palpiti attivi le mani ancora visibili,
il cielo arretra nell’intimo,
cantiamo seduti sulla stessa pietra,
irriconoscibili.

Cos’altro sei,
dove trovarti se non nella mia carne,
la mia carne non ha che me,
e tu mi vuoi diverso,
perchè non mi vuoi,
vuoi solo il cielo che scorre nel mio cuore,
e lo ottieni,
il resto lo ignori mentre
quello continua a parlarti,
forse a vederti,
perchè non ti conosce.
Quando le correnti profonde del cuore emergono, il senso
cancella le percezioni, lentamente una incredibile intensità
comincia a riassorbire la realtà ordinaria e assieme
alla intensità e al riassorbimento l’Altro estende la vita
oltre la natura.
La realtà ordinaria, nel suo riassorbirsi manifesta una
enorme quantità di altre forme di esistenza
che , a loro volta,
durante il riassorbimento, diventano ordinarie e poi svaniscono.
Quel che svanisce è la individualità, l’ego, la percezione intesa
tanto come qualcosa di proprio che come processo cosmico.
Può sembrare poco, ma l’ego individuale e la percezione
creativa sono potentissime strutture conservative,
i nostri corpi, le nostre menti, sono solo un dettaglio dei loro
elaboratissimo esistere.
A parlarne, le correnti profonde del cuore e l’insieme dell’ego
e della percezione creativa sembrano sempre qualcosa di
irrimediabilmente reciprocamente opposto.
Non è così, solo alla comparsa delle correnti profonde,
la chiarezza, il senso, appare vivente, qualcosa di molto diverso
dalla comprensione intellettuale.
Le correnti profonde del cuore, prima di comparire, sono percepite,
rappresentate come energia, passione, entusiasmo, amore, super-sensibilità, ma in ogni
caso si tratta di qualcosa che va e che viene, hanno l’ineluttabile
e triste sapore di meraviglie destinate alla perdita.
L’Altro è la stabilità di un amore impossibile e la meraviglia
del non soffrire, ma non ci si arriva senza aver prima rifiutato
i più intimi recessi della propria persona, del proprio agire, del proprio amore.
In questo rifiutare non ci sono guru, maestri, guide nè giudici.
Per ognuno si tratta di un processo diverso, che spesso
non viene neanche percepito come rifiuto.
Spesso, all’inizio, l’approfondimento della percezione
si manifesta in una grande illusoria solitudine, ma poi, al felice
dissolversi
del proprio corpo e della propria mente in vita,
la solitudine
svanisce.

Il colore dei tuoi occhi à la sincerità.
Ti ho abbracciato, una scelta che non mi aspettavo.
Sono scivolato nella tua ombra,
avvolto nelle tue forme mentre ti allontani,
io, forse non ancora stabilito
nel tuo cuore,
così lontano, oltre il mio semplice amore.
Oggi ho capito la tua promessa,
ma devo imparare ad ascoltare
prima di vivere io stesso.
Un abbraccio inonda la vita,
il tuo abbraccio,
devo accoglierne le conseguenze,
non è che non debba far niente,
non devo esistere,
lasciare che l’amore sospinto con tanta tenacia
agisca,
disfandosi di me,
delle tue attenzioni,
delle voci che reclamano il mio entusiasmo.
Non so se poterlo chiamare ancora amore.
Tu appena mi guardi, occhi appena accennati,
ma la intensità copre ogni attenzione,
infine mi accetti e non ti volti verso di me, mai più.
E’ così continuo e sicuro il tuo amore da non piegarsi al vento,
il suono del mattino ricopre di cascate marine la tua presenza,
non vedo nessuno oltre a te,
non ti vedo con gli occhi,
non ti vedo col corpo,
non ti vedo col cuore.
Non ti vedo perchè non mi vedo.

Lascio che tu avvenga,
non è sufficiente amarti per non esserti d’ostacolo.

Il mio richiamo è tacere.
Arriva, così intenso da sfuggire
ad ogni evocazione,
ma così presente da sovrastare la vita
e condurre lontano,
non visto ma presente,
non udibile ma presente,
non comunicabile mentre avviene e
sempre avviene.
Taccio per non parlare di me,
nè di te, nè di altri,
taccio per non estendere all’esterno la volontà,
aspetto che la volontà riconosca l’interno, che la volontà diventi così intensa
da sfuggire a qualsiasi possesso e da non essere
più in alcun luogo.
Allora la volontà dall’interno diventa intensa
e poi diventa così intensa da essere inqualificabile
e da propagarsi lentamente ovunque,
sempre che i miei calcoli non la ostacolino.
L’amore impedisce la ricerca di un possesso,
impedisce il mio calcolare, diffidare o, addirittura, cercare vendetta.
L’amore vede chi ama, l’amore tocca chi ama e non l’amato.
L’amore non ricerca, apre il cuore, dirige all’interno la volontà,
libera perchè non desidera.
Mentre l’amore libera
si dissolve il motivo per insistere sull’amare.
Il paesaggio non è più riconoscibile,
nessuno ti chiama perchè anche tu sei svanito.
Dopo l’amore,
dopo l’impeto mistico,
semplice è svanire,
le presenze sovrastano
ma questo accade già in ogni momento della mia vita.
Un paesaggio appena tratteggiato,
una fantasia,
una promessa più resistente del mio cuore.
La giornata è ferma,
sprofondata nel silenzio,
colpita dal sole,
fiori nell’oceano, tra le rocce, nel vento.
Gioia priva d’aria,,
molte spinte da molti cuori,
sorrisi, petardi.
Il tuo petto è gonfio per l’impeto dell’attesa.
cenere mentale mista a sudori.
Mi raccolgo nel tuo interno,
affronto le tue parole roventi.
La tua pressione mi insegna la nascita,
la terra morbida di lacrime.
La tua vita mi esclude e mi eccita.
La pioggia battente bacia le tue labbra.
Accetto di amare l’inesistente.
Canto quarto

Il corpo si espande in altri corpi,
crea, genera, non ha visioni, utilizza una sua particolare
presenza diffusa, instancabile, priva di centro,
io non sono che una delle miliardesime pressioni, pulsazioni,
modulata a sua volta da ed in mille altre pulsazioni,
presenti nell’intensità, se mai si comincia non solo a sentirla,
ma a lasciarla operare indisturbata.
Allora, le pressioni, presenze, intensità, riassorbono tutti i vari
corpi.
Ii corpi sono le connessioni dei corpi stessi,
non ci sono canali, spiriti od energie
ma corpi percepiti in modo diverso e quindi creati l’un l’altro diversi.
La percezione stessa è un corpo tra i corpi,
la funzionalià cede alla corporeità,
l’intensità sostiene i corpi ed è da essi indifferenziabile,
pur tuttavia ne neutralizza il loro apparente agire.
ma un corpo che non agisce è intensità del tuono,
del silenzio, dell’indicibile.
Un corpo che si espande è un corpo che esce dalla realtà
ordinaria, uscendone scopre l’immensità di corpi
che lui stesso è, oltre qualsiasi possibile concetto di connessione
ed interazione.
La scoperta può cessare in un attimo e questo indica che
alcuni corpi svaniscono ed altri compaiono senza l’intervento
dei concetti di vita o di morte, di prima o dopo,
di qui o altrove.
Lasciare che l’intensità agisca, ovvero non interferire con
la manifestazione dei corpi come intensità, è possibile
solo se si ha grande dimestichezza con le emozioni,
una dimestichezza che non finirò mai di acquisire.
Liberarmi del pregiudizio funzionalistico è difficilissimo,
ovvero è estenuante e penoso accorgermi che ciò che credo essere
una funzione, un fine, una fantasia, un canale, una energia, non è
altro che un corpo, o molti corpi VIVI.
L’automatismo del mio agire, sentire, reagire, si basa del resto
sulla costante percepirmi come un insieme di funzioni complesse in costante
attività.
Al di fuori della realtà ordinaria non percepisco, i corpi agiscono
modulando l’intensità, l’intensità finalmente appare corporea,
i miei automatismi si dissolvono e quindi io stesso non compaio.
Comunque esiste un preciso momento in cui io decido
di lasciar agire l’intensità in tutte le fasi della mia vita ordinaria,
questa decisione non è automatica e mi spetta.

Le braccia inumidite dalla luce scivolano nell’aria.

Posso trattenere la tua vita nella mia,
ritorno nel tuo cuore impaziente, inebriato dall’attesa,
ma tu attendi solo l’incontro con la speranza.
Mi leghi con rapide funi, il collo, le labbra,
mi mordi e mi sorreggi, trascuri la mia nascita,
la tua schiena risuona, è arrivato il giorno,
mi liberi nel vento.
Ti abbraccio, ti ospito, ti comprendo ed amo,
ma è il tuo desiderio che mi ha voluto e suscitato,
ogni catena è una tua catena, ogni libertà
è una tua conquista,
io non esisto,
non esito nell’accettarti,
nel tenere in vita il tuo amore,
non trattengo il vento che mi forma e sfilaccia
e lancia nel tuo volere.

Non sono ciò che non ho voluto essere,
ciò che tu vuoi che sia appare ma non mi riguarda.
Ti rispondo ma sei tu che parli,
ti amo ma sei tu che ami,
il mio corpo è il tuo,
la mia voluttà è la tua,
il mio silenzio è la tua speranza,
la mia esistenza illude addirittura me stesso,
ma solo per gioco.

Puoi usare la mia anima se vuoi,
la luce allunga le tue mani nel mio corpo,
ti strappa il timore,
mi lasci solo, ottieni la mia somiglianza.
Nelle terre a ridosso dei cuori
mi ottieni e mi adotti.
Il calore è mio ospite, fuggiasco,
privo di fantasia, il meglio del cielo,
adatto all’ascolto dei temporali.
Il sospetto si estingue,
io nasco con te.

Taci e poi fiorisci.

(Se ancora vuoi, difficile volere, lontananza discreta, impressione ingiustificata.
Puoi usare la mia anima se vuoi,
la luce allunga le tue mani nel mio corpo,
ti strappa il timore,
mi lasci, ottieni la mia somiglianza,
le cure del tempo, inascoltate,
durare nel cuore, interrotto dai temporali,
scendo dal ciel fra le terre, sogno,
il calore mio ospite, fuggiasco, riposo,
ottengo, meglio di te, ottieni,
spero nel cuore di adottarti, la rinascita estingue la fantasia.

Il giorno incalza, fantasia in azione,
uguale e inconsistente, ascolto ogni demone,
riproponi il gioco, in fondo non mi ascolti.
taci e poi, fiorisci.)

Insolito, sporadico, destinato all’amicizia,
amicizia animata,
nel pomeriggio ancora pomeriggi rivivi,
ti trovo vuoto di rancore, quante volte posso chiamarti?
Strattonato dalla speranza, resto.
Cavo il sole dal mio cuore, attrito di amori,
dolce selvaggina dal petto invasata.
Senza guida la tua anima mi accoglie felice,
o è il tuo sentimento, o io, il tuo io vuoto di rancore.
Condenso il presente, sudo nel tuo sangue,
mordo il tuo aiuto con la mia vita,
ricamo fiori nell’aria,
voliamo sollevati dalla natura stessa, terrestri senza esserlo.
Il volo nell’immobilità dura oltre la vita.
Corro in mia assenza, il cielo ti assedia, liberati.
Posso ostacolare il sorgere di un sorriso, non a lungo,
poi di nuovo arriva, l’apertura del reale sgretola il reale,
l’ascolto vive, il cielo muta,
la mia giornata appare più presente del solito,
semplicemente adagiata nel proprio essere lì, con me.
Non ti cerco, neanche tu mi vuoi,
la pace non può che precedere la lotta,
entrambi siamo d’accordo nell’ignorarci,
evitandoci, così la lotta si estingue prima di apparire,
tu ed io, complici,
nella pace neanche amici.
Nell’ascolto non esiste e non compare alcuna perdita o mancanza.
svanisce il tuo e il mio posto.
La casa riposa, finalmente, nel cuore silenzioso.

Non si oppone alcun cuore ai richiami.
Ora non è il tempo della scelta.
L’intensità è presente,
le immagini, i suoni, riposano felici e inutlizzabili.
Il tuo ed il mio vento li hanno lasciati.
Con slancio affondiamo nella tensione invisibile,
con affetto le parole ci accolgono,
stremati dal pomeriggio lunare.
Il ritorno è esausto.
Ogni cuore ora astiene le proprie azioni.
Pasteggiamo con la nostra stessa vita, per qualche attimo.
Poi le parole si dileguano portandosi via i nostri cuori,
io e te mai stati così vicini.

Il vento tace
quando la tempesta sconvolge la foresta, spezza i rami, strappa le radici.
Nel silenzio del mattino, la foresta è immobile,
gli alberi assorbiti dalla terra.
Allora il vento scorre impetuoso, indica la strada,
lui stesso sfocia oltre l’intensità,
sferza la natura senza colpirla, senza ostilità nè violenza.
Quel vento nella tempesta tace.
Quel vento è una esplosione, è pace,
non è una immagine, non è un suono.
Il corpo non è qualcosa di ben definito,
ma un insieme di entità che si espande e contrae in continuazione.
Del corpo fanno parte il cielo, gli alberi, il mare,
l’invisibile, senza esserne parti distinte o collegate,
poichè esse sono corpo ancor prima di poterlo definire,
e il corpo non ha limiti se non nella umana percezione.
La percezione umana genera divisioni, ovvero limiti, altrimenti
non riesce a percepire. Quel che genera sono veleni, usando la denominazione
classica dell’induismo e buddismo. I veleni possono indicare tanto realtà
emozionali che fisiche, come gas, materiali nocivi, rumori di un certo tipo.
Per veleni si intendono percezioni e realtà fisiche che riducono ulteriormente
la già limitata percezione umana, ovvero la rendono ancora più
propensa al dividere ed all’automatismo funzionale.
Una agire non velenoso è l’agire non basato sulla percezione individuale,
qualcosa che erroneamente, per limiti intrinseci al linguaggio,
viene indicato con la formula verbale
” lasciar agire “, ” non interferire “.
Quando oltre la percezione ordinaria si assiste stabilmente alla manifestazione di una esistenza
senza tempo nè spazio, ovvero senza limiti, estremamente sensata, non
individuale, allora si è pronti per ” lasciar agire ” quella manifestazione senza esitazione.
L’operare di quella manifestazione muta la percezione individuale,
muta la propria umanità.
La percezione è un fatto umano e lì resta, in pace se possibile.
L’intransigente morale anti-emozionale, anti-desiderio, anti-veleno, nello yoga
è più uno strumento potente contro il sorgere degli automatismi percettivi che
un fine e un bene in sè.
Nell’induismo e nel buddismo la morale è, invece, anche un fine e una virtù in sè.
Purtroppo la stessa morale è un aspetto dell’agire percettivo automatico,
la morale crea il nemico emozionale e lo somma alla già esistente umantià emozionale.
Nel tentativo di indicare ciò che bisogna evitare, lo yoga, l’induismo e il buddismo,
lo rafforzano.
L’umanità non è un nemico. Esiste e basta.
La pace non segue alla lotta, la precede.
Le immagini, i suoni le parole, i sentimenti ,lo slancio, l’energia, convergono nell’intensità
la cui presenza muta sottilmente, continuamente , l’esistenza.
La convergenza può avvenire dopo che il corpo ordinario abbia ripristinato il contatto
con tutti gli altri corpi esistenti, e questo avviene quando le funzioni corporee sono
diventate corpi autonomi, o un unico infinito corpo.
La convergenza anche quando è manifesta,
è ostacolata dal normale funzionamento della realtà corporea ordinaria.
Ci vuole un atto di comprensione, volontà, per lasciare che le funzioni siano
sostituite dai corpi anche al di fuori di particolari situazioni di concentrazione.
Quella comprensione, volontà, diventa efficace solamente quando
il funzionalismo fisico sia effettivamente in fase avanzata di assorbimento
e sostituzione in-corporea.

Nella realtà ordinaria non vi può essere pace, non vi
può essere comprensione.
Bisogna uscire dalla realtà ordinaria per ottenere entrambi.

Se non è il vento sono i fiori, se non sono i fiori è il surriscaldamento
dell’ipofisi che smonta e ferma la percezione , ma poi
l’intensità prende il sopravvento su ogni descrizione,
su ogni possibile fenomeno.
Essa dà l’impressione di giungere da molte parti,
o alcune parti preferenziali, è incolore, inodore,
priva di suono, la sua influenza modifica e sorregge,
non interferisce con la realtà ordinaria ma
richiede una certa volontà, una certa corporeità,
non predilige gli atti di meditazione alla
realtà ordinaria per essere presente,
non interferisce, richiede dell’allenamento fisico
particolare, di un fisico particolare.
Nel Tao quella intensità viene chiamata “chi”, negli Yogasutra di
Patjanali è uno stato che scaturisce successivamente
alla maturazione completa corpo-mentale-emozionale, stato in cui,
successivamente al Sahamadi, e quindi fuori da uno stato
volutamente meditativo, la differenza tra purusa e prakrti
appare evidente e quindi non si ha più
interferenza ma solo continuo influenzamento.
In parole non legate ad alcuna tradizione passata,
l’intensità appare libera di fluire e riconoscibile
quando le emozioni, il corpo, la mente, si sono unite
al mondo invisibile che mi e ci circonda.
Quell’unione si sviluppa da sola all’incrinarsi della fede
negli automatismi emotivi, sentimentali, mentali, fisici,
quell’unione è l’intensità stessa e la stessa realtà
degli esseri individuali e delle cose, visibili
e invisibili che siano.
Un’intensità senza corpo e senza energia,
una molteplicità di esseri.
Il senso lentamente appare, molto lento per una vita umana,
in tutta la sua inspiegabilità.

Il sole vive e rivive nel cavo del corpo, la mano,
la mano incide il cieli,
il cielo riveste il mio stomaco,
la bocca spalanca il mio latrato,
ondeggio nel tuo corpo oltre la mia visione,
perdo la presa nel tuo cuore ventoso,
arranco tra le ginestre nel tufo rovente,
il distacco e lo slancio, mi accorgo infine,
può durare davvero.
La quiete cancella ogni traccia,
la vita continua indisturbata,
il silenzio delle cose,
il mio cuore un oggetto,
il sole, la strada intasata del pomeriggio,
un veleno digerito,
tutto appare, io resto
e ti appago, tu che sei me,
appago me stesso senza tradirmi.

Il mare interno indietreggia, trae gioia.
Attira, il richiamo, la volontà del Mio è il richiamo,
nome aspirato, ultimo inalare, primo nel fiorire,
incide il tempo nel tempo trova il gioiello
suo perchè nostro, incontra nel discendere un lume
infossato tra le mie spalle, lì per espandere, non vedente, non chiede,
non preme, ospite esterno unito ad un immenso interno calore,
tracciare e non dire.
Il sole vive e rivive nel cavo del corpo, la mano,
Il corpo tra le mani nel discendere inala,
la mano incide il cieli,
l’abbraccio tra di noi insieme temuti, accucciati nel furore,
il cielo riveste il mio stomaco,
impresso nelle parole, ora il silenzio decide, prepara l’ospitalità,
la bocca spalanca il mio latrato,
i messaggeri scambiano i corpi, decidono l’unione,
ondeggio nel tuo corpo oltre la mia visione,
proteggo i gesti, assumo e perdo un coraggio impertinente,
perdo la presa nel tuo cuore ventoso,
trovo il passaggio, il tuo ed il mio, non protetto,
arranco tra le ginestre nel tufo rovente,
scelto senza vita, prudente nell’estinguermi,
il distacco e lo slancio, mi accorgo infine,
può durare davvero.
La quiete cancella ogni traccia,
la decisione prosegue, ingoia le correnti,
la vita continua indisturbata,
non ospite, cosa tra le cose,
il silenzio delle cose,
la brezza ospita, l’unione termina nell’apparire,
il mio cuore un oggetto,
il tuo come il mio, un premio nella nebbia, pressione indisturbata,
il sole, la strada intasata del pomeriggio,
un veleno digerito,
tutto appare, io resto
e ti appago, appago me stesso senza tradirmi.
Il mare interno indietreggia, trae gioia.
Il presente indietreggia e nella gioia trova il suo interno.
Attira, il richiamo, la volontà del Mio è il richiamo,
l’aria penetra il reale e pulsa lontana dalla speranza, quiete insopportabile,
nome aspirato, ultimo inalare, primo nel fiorire,
incide il tempo, nel tempo trova il gioiello,
la decisione flette e schianta nella prateria, accenna al volere,
suo perchè nostro, incontra nel discendere un lume
infossato tra le mie spalle, lì per espandere non vedente,non chiede,
il corpo persiste e ricopre di un leggero velo,
non preme, ospite esterno unito ad un immenso interno calore,
tracciare e non dire.
Nell’ombra, nell’abitudine, un eccesso senza nome.

La mia vita è complice del tuo fiorire,
il suono del cuore scorre lungo la cute,
sensibile ai tuoi respiri,
assumo il tuo corpo, nato e necessario.
La parola non desidera indebolirmi,
eppure richiede una penosa lontananza,
mi chiudo nel vento,
introvabile e nutriente affamare il pomeriggio.

Il luogo resta in ascolto, colto nel tempo,
le mani incassano la tua canzone notturna
appassionato nella rugiada,
ascolto improvvisato richiama il mare interno,
il sole ti raggiunge, ignaro, discende nella schiena,
aspetta, fluisce la pioggia, nutre,
i tuoi figli ruggiscono nella salita, ora l’impulso, ora ti aspetto,
i luoghi condensano il mio corpo,
sabbia nel vento, occhi immobili,
remi incastrati tra gli scogli.

Non attivo, non resiste, scorre
solo perchè un Io ancora persiste.

Il racconto è estinto dalla notte e dal silenzio,
ultime tracce, poco prima.

La richiesta ripetuta allontana la risposta.
La spinta del vento tocca, preme, plasma, nasce, già presente,
ma fiorisce, espande, ora un albero, ora luce, ora corpo, ora il vento preme,
neanche una posizione, una pressione, folla di pressioni, lievi,
non un corpo, ora un corpo di acqua, vento, calore, pressione,
spinta, un’apertura del nulla , neanche più una evocazione,
è il vento che agisce, l’aria fresca fa il resto, non sono io,
nemmeno prima lo ero.
Qualcuno sapeva e lo ha detto, nel corpo il vento è davvero il vento,
l’acqua è davvero acqua, ma poi dall’incontro, fuori e dentro il corpo,
allora neanche il respiro può suggerir niente.
Il vento nel corpo, corpo, vento amore ,calore, quel che io possa immaginare,
quel che può essere al di là dell’evocare,
un atto del corpo è necessario, o del cuore mente corpo,
lievi pressioni giungono, scaturire di gesti,
la natura finalmente riprende,. si spiega.
Infine nessuna separazione permane,
ma non è come lo dicono le parole.
La spiegazione è in un fiore, nel vento,
in un incontro,
prima del contatto la presenza,
ora appena nata.

La mareggiata aiuta. Ultime onde alzano il cielo.
vita nascosta, rigurgito di alghe.
il vento affonda nel cuore, il giorno trasforma la sua chiamata.
un abbraccio discende nelle ossa, rinasce, poi corro, nuvole.

Notte interrompere sguardo, sono,
rompere notte vedo il tuo sguardo, unire, contratto nel respiro,
alito e contatto. Vicino alla tua terra.
Nel cuore, alcun ostacolo, nè sospetto, tra gli alberi
un abbraccio, nella schiena sosta il loro slancio,
insieme.
Le correnti riconoscono e nascono,
riconoscono e scompaiono,
il dove è nel tuo tracciare,
il mio seguire.
Calore vicino, esagerare il sorriso per fiorire,
nel freddo della notte apro il mio amore,
il mio petto in quiete sopra il respiro, il tuo.
No, noi no.

L’ospitalità è il tempo per abbracciarti,
pelli, sorrisi, capelli,
il fango tra le dita,
ritrovarti.
Allora andiamo, cauti, la decisione va oltre l’amore, il contatto.
Entusiasmo, ignoro la promessa,
pochi saluti,
gioia del tuo cuore,
ti estendi e non ami, non hai.
o il mare o le voci o gli spiriti del mare, delle voci,
del me stesso, tracimano, allontanano allontanandosi,
io vengo da loro smarrito, la vicinanza di un abbraccio,
di una voce – ma che sia vicina-
come è fatto il volto di un sorriso?
di qualcuno che non tradisca?
come lo posso immaginare ? avvicinarmi a non so cosa
per allontanarmi dalla mia stessa distanza,
il sospetto, l’odio, l’arroganza del mio potere contro
la mia felicità
e ora ascolto. ti ascolto e non mi ascolto.
Pesami nel tuo calore,
è l’ascolto che non mi riguarda e mi libera,
lo spazio della prigionia per amor tuo.
Resto.

le spalle muscolose parlano al cielo, nude del cuore,
lontano le braccia irradiano aria, pressione,
unione di cieli, il suono entra nelle cavità,
la luce abbraccia la propria radice,
qua e là le membra toccano il fondale,
oceano di correnti, abbracci puntuali.
L’energia è scivolata nella propria mano,
il riposo rassomiglia al silenzio,
il vento spinge verso l’alto,
una fonte di amore dischiude il suo calore

Quanto appare del solito vivere
niente immagina il vento,
sassi e conchiglie, cibo, coraggio,
niente appare fino allo slancio sincero,
il peso di una emozione mi spezza le ossa,
la frattura aiuta l’inquieto sospetto,
la sosta è interrotta,
penetra nella schiena la voce del tuono,
accolgo e dimentico, non ascolto, così è vivere.
Morti felici, morti e basta, lastre di marmo
spaccate proprio per te,
un giorno tra i sassi, un giorno tra i morti,
cadaveri nei cieli,
appoggiati nel cuore.
Le mie attenzioni, compresse nel veleno, presente
nel tuo animo, stretti nel tuo seme.
Magia infame e tetra,
cantante deforme,
abbraccio la morte,
chiamo il tuo amore,
respingo il tuo sorriso,
ritardo la vendetta,
ma il sangue aggredisce
la gioia della tua presenza.
Nel covo della morte
trovo i soldi del tuo amore,
accarezzo il letame che ospiterà il mio corpo.
Il mio amore è un morbo tradito da Dio,
così ottengo lo strazio
di sapermi libero,
libero dal tuo amore,
libero dalla tua promessa,
uccido il mio tempo, respiro,
anche oggi non cado.

Il sapore della fine incalza.
I tuoi colori repellono la luce,
la presenza del tuo abbraccio mi lascia,
io corro nel pomeriggio,
svanisco nel sudore gelato dal vento,
ed ecco che mi sveglio,
senza cervello,
senza buon senso.
Ogni giorno raccolgo la mia pelle
e sventolo nella gioia del tramonto.
Osservo chi mi nutre,
ti ho creduto fin quando ho potuto,
ma adesso voglio e sei tu che mi credi.
Nel silenzio inanimato della campagna di periferia
si può vincere l’ineffabile,
svegliarsi inumani,
e baciare, con semplicità,
perchè si è felici.

….il mio semplice parlarti,
il mio semplice tentarti,
l’ascolto , la lieve pressione del tuo umore,
una presenza nel tuo aspetto,
una luce mutata in azione,
le stanze sempre più intime e lontane,
una vita semplicemente pretesa,
il tuo gioco che chiami luce,
non mi sono scelto e quel che ho trovato
eri tu.
Io sono una voce qualunque,
tu mi crei col tuo ascolto,
anche questo è un gioco,
la cui fine non sarà così semplice.
L’interno è rumoroso,
è il presente,
è la mia presenza.

Sono un automa non ingannato dal tuo amore.
Gli alberi mi ignorano, ed è la mia gioia.
Mi aprono i polmoni sollevandomi nella loro aria.
La vita degli uomini, la vita delle donne.
Quinto canto

La nebbia ha avvolto i tendini con insolita energia
e la corsa non finisce più,
l’energia, una volta defluita del tutto sulla terra,
mi ha trasportato fuori, dove non sono io
e il mio mondo
ad esistere.
Il vento, la luce, le pressioni dei corpi emergenti,
non sono ancora divise,
una fortissima tensione precede l’agire e l’emozione.

Prima, una presenza sembrava risalire, fiorire,
parte di altri esseri, stupire per
quanto grande potesse essere l’assenza dello spazio.

Ora io non ci sono eppure riconosco la mia resistenza,
è per lei che parlo.

Stimolare l’energia per essere accolto altrove,
stimolare l’ ordinario per perderlo,
io sono la costante e compulsiva ripetizione
di un me stesso, di un lui, di una lei,
di tutti loro.
Stimolazione è attivazione,
è una scelta non sempre possibile,
ma deve essere una scelta,
l’attitudine all’attivazione
non può essere solo una qualità latente.
La vita ordinaria è una immenso involucro
costituito da qualità latenti,
ma finchè le qualità restano latenti
la vita ordinaria è anche
una banalità infernale.
La stimolazione non può essere eccessiva,
altrimenti diventa auto-ipnosi,suggestione,
la stimolazione è una scelta di un attimo,
il suo successo risiede nella inconoscibile immensità del cosmo
e della natura di cui faccio parte,
ma l’ordinario non è immenso, lo posso conoscere bene
e quel che io posso stimolare lo riconosco
e accudisco con cura.

Le rose indietreggiano per meglio fluire altrove,
intessute nell’albero ripetono il canto,
la mano avvia la corsa,
la terra sprofonda.
Nella risalita il sole spegne l’anima,
approdo nella savana marina, le prede
luccicano nella carne, si rianima
la schiena, le mani entrano,
chiome fremono, sollevano.

L’inconoscibile vive in modo non ordinario,
nell’inconoscibile quel che io sono
diventa inconoscibile
eppure estremamente nitido, vivo,
non sono io.
Sollevato, anemone, mare fiorito, rena liscia
roccia schiumosa, ossa solari,
nudo nel sole, rapido immergere di
luce, la spinta nel cuore, dal cuore solleva.
Il cuore nasce e rinasce, solleva il margine della comprensione,
poi cessa ogni ripetizione,
è il momento.

Il cuore sposta la terra nel ventre,
la fioritura trasferisce il ritmo nel cielo,
cade e solleva, le onde sono un nuovo corpo,
la vita è intensa, immemore,
un abbraccio indescrivibile.

Per la mente esiste il conoscibile ed il non conoscibile.
ma io non sono solo mente,
molto altro mi compone e scompone incessantemente.
Per ” l’altro “, l’inconoscibile e il conoscibile
non esistono. “L’altro” non mi appartiene,
poichè io sono un prodotto della mente.
L’altro è capace di nitidezza ed espansione ed inesistenza
proprio quando la mente non può più esprimersi nè
produrre i suoi oggetti.
“L’altro” è i miei corpi che la mente non riesce
a percepire, nè a concepire.
Lentamente quei corpi si vivificano,
la mente osserva,
fra di loro nessun conflitto scorre.
Il cervello è mente e corpo allo stesso tempo.
Nel mio mondo,
prima furono create le immagini, le parole i suoni,
poi, a mo’ di decorazione, la natura fluì.
Oggi, in ogni momento,
le parole impregnano tutto, ovunque scorrono,
parlano, parlano,
le voglio ascoltare,
eppure è evidente che quelle parole mi attraversano ma
non sono mie, nè destinate a me.
Mi vivificano, mi utilizzano,
sono mangime per parole,
il cibo stesso è fatto di parole
e di immagini e di suoni.
Poi, non so perchè,
ad un certo punto le immagini-parole-suoni
si allineano e dicono con chiarezza che il loro senso
è condurre altrove, lontano dalla loro fatica e
dalla loro sospetta energia.
La natura sta di là e di qua,
io esisto perchè fatto di parole, immagini e suoni.
Quando la natura mi prende
non posso più parlarti.
Ora il frastuono è assordante,
è così che nasco e mai più conosco, nè vivo.

La calle inerpica lato aria, secca terra inebria il cervello,
ancora libera la pelle scorre,
acqua in terra interrompe e coglie ogni gioia,
rami inerti, radici esuberanti,
il contatto anima le vertebre, noci ospitali, colline stellari.

Girovagare nel vento, stretto nella luce,
un grande corpo, volti improvvisati,
aironi nel lago, i loro richiami,
la loro ansia, il tuffo,
io con te.

Sollevato, aspirato dall’aria,
brezza longeva scorre tra i capelli,
polmoni, inguini, petto di cuori,
ali altrove e tuoni, rime accalorate,
il paesaggio ha il sopravento.
Il lato del cuore in cui guardo, la notte sale nel ventre,
ancora sommerso dai doni abbondanti del pomeriggio,
le alghe del fiume fiutano la luce.
Chi ascolta, chi vede, chi mangia, chi corre?

Mangia, se hai fame, il vento stordisce, la mattina rapisce ,
nella prima nebbia le ombre del futuro imprimono la realtà.
Finalmente i corpi si vivificano e liberano,
io posso scorrere lontano dalla fantasia,
l’energia non è più utile
e torna a scorrere nell’impossibile,
da dove ha origine.
Tutti sono d’accordo.
Io altrove.
Il sole con noi, nella pelle luce ombrosa appoggia il ventre,
embrioni del futuro,
febbre emozionale mi dà forma e direzione,
strappa le nuvole e, vorace, tracima nel vento,
nidifica, ringrazia,
tuffo nell’eclisse.
Sono uscito dalla famiglia per incontrarti.
La famiglia dei miei mille corpi
estende i suoi oceani tra le spighe del grano,
abbraccia i gesti affamati dell’ipnosi sanguigna,
oscura il cielo prima di lascarmi libero
di non pulsare, di non vedere,
ciò che non vedo mi sottrae alla coscienza.

Se dovessi scegliere, sceglierei i miei corpi,
correrei nelle loro sabbie ventose,
lascerei assorbirmi dalle loro bocche,
dita, alghe, sorrisi senza anima,
passioni torrenziali destinate agli astri,
alle intemperie, ai nessuno.
Anch’io sono stato scelto,
ma i corpi mi sono venuti in aiuto
e liberato,
lanciato all’inseguimento del respiro del cuore,
poi immerso negli oceani delle creature acefali,
inconsistenti, incapaci di attutire il sordo rumore delle anime.

Oggi abbandono l’anima,
neanche mi interesso più a come il cuore sia fatto.
Il cuore, diventato carne, interrompe il suono,
beve linfa da radici inarticolate,
accanto al presente sboccia nelle vite,
cosparge di spasmi il tracciato,
tra le gambe, su, fino a sbocciare,
evitato dalle anime.
Tremante accoglie, tace.
Finchè si espande va bene,
non c’è alcuna spiegazione,
-vorrei evitare il pronome.
Io che amo le immagini più di me-stesso
non sono certo l’uomo delle spiegazioni,
quindi l ‘espandere irride il mio sole,
sulle ginocchia provo i miei muscoli doloranti,
l’arrivo dell’autunno svela i miei cinquanta,
mi appoggio alle ossa,
non trovo che pelo ramingo,
una complice risata mi solleva,
lo stomaco affamato concentra gli spasmi nel cielo,
ancora l’espandersi trascina e sconfina,
niente resta di me,
che, al solito vorace, mi ingozzo di gioia,
io sono solo un dettaglio,
(addirittura un dettaglio dell’io!)
placido e accecato tracimo i dolori,
ancora gioia, ancora polmoni di luce,
finchè si espande, tutto va bene.
Il mare scorre sulla pelle, tranquilla notte di lune e neon,
stanchi e contusi muscoli massicci, scattanti,
flessibile nella schiena, inguine raccolta,
nella sabbia, nel calore, riposa,
la presa della terra è gentile,
piena di lacrime,
l’ora finisce, scema la pace,
i piedi rigano la strada assillata.
Una nuova posizione cancella ogni sforzo,
il sonno è improprio, loro crescono nella fantasia.
Nel vento ogni incontro.
La brina è vicina. L’erba ancora piena di profumi.

Il sole deraglia nell’anima.
Stasera torno a casa, con te nel cuore, nei polmoni,
mi ritaglio una loggia nello stomaco,

lo chiamano il rotocalco dell’anima,
sotto il sole risplende la vita,
frammentata nell’erba,
impastata con gomma arabica,
incollata fra le mie dita,
perchè le mie dita non sono le tue,
è una forma di rispetto,
una agguato tra insetti,
sto chiuso nel profilo di una mangusta,
sollevo le spire,
intrometto la gioia nella vita di asceta,
riguardo al corpo, che risplenda di luce,
anche se io amo il buio,
la mente isolata nella luce parla troppo,
gli insetti mi sollevano il petto e soffiano con forza,
cercano il tuono doppio,
e trovano corpi su corpi,
abbracciati alle colline sorgenti
nell’ insopportabile gioia del mattino,
della notte, del cuore, di te, del mio cane,
è così che abbaio felice.

La strada mi ha segnato le gambe,
le anche ruotano attorno alle pelvi,
allargano canali lavici insospettati,
gioco col fuoco,
dopo mi riposo,
è alla notte che ora porto rispetto.
Ora il gioco diventa serio,
sono lo schiavo del fuoco,
non devo guardarlo,
lui mi trasporta, io lo sorreggo e lancio,
entrambi estranei giungiamo nelle arterie della vita,
senza riconoscerle,
perchè siamo sangue, siamo lana,
siamo il sorriso che mi doni all’attaccatura della schiena,
oltre il confine della parola,
accetto la ruggine delle termiti,
mi avvinghio alle fiamme,
trapasso le note dei tuoni,
e mi sveglio senza niente,
senza la mia mente, le mie passioni, senza di me.

La natura del fiume risplende tra le lune.
I volumi spostano la creazione nelle anse sabbiose,
la presenza è cancellata,
dove corro non c’è spazio per me,
eppure sono là,
avvolto nel tuo sudore,
stretto dalle tue labbra di giunco.
La schiena si apre,
il corpo libera le cellule,
la campagna risplende di amebe,
scintille solidali alla notte baciano l’epidermide,
perdo il senno, trattengo il respiro sibilando i tuoi nomi,
vedo i quadri che non ho mai dipinto,
affondo nel calore della città
mentre brucio e ti trattengo,
perchè stasera,
io torno a casa.

Lingue salmastre, vento in riposo
docile e salato, appoggio lunatico,
il cavo della roccia ansima, suda emozione, languore temerario.
diluvio, incompletezza.
Commenti amanti del potere.
resta un solo luogo.
Non terra.
Altrove.

Lo spazio il tempo la nascita la scrittura.
Il mio spazio e il mio tempo nascono con la mia scrittura.
Prima di scrivere mi libro indifferenziato tra ed oltre le mie parole
che fanno parte del mio vento.
A dire il vero non saprei cosa è mio,
tutto sembra amichevole, al sicuro, non devo acciuffare niente,
nè trattenere.
Dico “mio” per indicare il mio disinteresse a imporre il mio sentire
a chiunque altro.
Prima di scrivere, e dipingere, e disegnare, e suonare,
la percezione è molto più profonda, non sono nemmeno io che sento
e parlo. Non conduco nessuno, da nessuno sono guidato o manipolato.
Nella mia realtà ordinaria un messaggio ha sempre una sua forma, un suo potere,
una sua emozione e anche, in una fase molto raffianta, una sua area ipnotica.
Fuori dalla mia realtà ordinaria non esistono latenze
emozionali, di volontà, di potere e di ipnosi e qundi,
quel che succede, non posso comunicarlo in una forma ordinaria.
Nella realtà non ordinaria non ho nemmeno una individualità mia
cui riferirmi.
Per parlare di fatti non ordinari nella realtà ordinaria
posso usare solo l’evocazione, un certo distillato di evocazione
ad alta valenza ipnotica ed emotiva.
Nell’evocazione vera e propria la mente si è già unita al cuore
così da rendere impossibile l’utilizzo di qualsiasi forme di intelligenza.
Io non posso insegnare nulla della realtà non ordinaria.
Neppure credo a coloro che dicono di poterla insegnare.
Posso evocarla e mi aiuta osservare altri che tentano, come me,
di evocarla.
Quando qualcuno sa di essere giunto nella realtà non ordinaria
tace di solito sulla maggior parte degli aspetti non ordinari
poichè non sono aspetti che riguardano alcuna individualità e rivestirli
di qualche forma, anche solo per evocarli, ne impedisce la corretta
comunicazione. Ma in ogni caso il silenzio non è una regola nè
un consiglio. La differenza tra la realtà ordinaria e quella
ordinaria nasce un poco prima della manifestazione della
scrittura, essa è un impulso concreto che mi isola
nell’ordinario da una parte e nel fantasmatico mistero dall’altro.
E io per molto tempo mi sono schierato da una parte contro l’altra,
credendo ciecamente nell’antropocentrismo, alla credenza chi gli
animali abbiano molto istinto e poca intelligenza, che il corpo e la
mente il cuore le emozioni, possano essere definiti e
nominati e scritti con parole diverse.
Ma nominare non è scrivere, una parola parlata evoca,
quando è scritta quella parola irrigidisce l’evocazione
in un crampo dell’animo e così è nato il mio corpo.
La parola, liberata dalla scrittura e dalle vaste conseguenze
apportate dalla scrittura, mi avvolge in un involucro ipnotico,
meno tenace e isolato dell’involucro costituito dalla realtà ordinaria,
molto piacevole e dal quale e nel quale forme di estasi e di
grande sensibilità sono presenti, ma avverto l’oppressione di
quell’involucro, avverto la parola come un peso crescente,
una forza, uno spirito, che vuole conquistare una forma
individuale e diventare, infine un ego ordinario.
La parola oscilla tra l’ordinario e il non ordinario
e io non voglio essere un’onda di nessuno, non voglio essere un IO.
E di conseguenza agisco.

Scivola lungo la nuca, solleva le branchie,
apre la vegetazione, unisce il vento alla luce,
al fiume, fioriscono e volano, nessuna forza,
nessuna gravità.

Il movimento è la mia immobilità,
avviene senza la mia interferenza,
se mi immobilizzo il movimento avviene,
non ho alcun bisogno di impormi una posizione
e se la assumo non è che movimento.
Corre, unendosi, emergendo,
comunicando nel mio cuore,
ripopolandolo,
mi parlo all’imboccatura del fiume.

Il terreno è asciutto, non assorbe la spinta,
il calore chiede troppa acqua al cielo, arriva un lieve bacio,
la gravità appare veloce e scende, trascina lungo i canali
di alcune nascite, sento me stesso apparire,
mordere l’aria, sono ancora immanifesto,
in parte una diffusa pressione mi sostiene,
in parte avverto solo la mia pressione sulle Cose.
Ciò che muove le ginocchia è il silenzio, mi conduce altrove,
c’è da fare nel nulla.

Non vado ancora, il luogo del cuore resta,
nell’aria interroga, battito di soli tra le ciglia,
eterna fioritura.

Porto il cielo tra le mani, appoggio il vento nella gola,
aspiro la terra tra le mie gambe,
nel vento vedo, ascolto,
non sono in me,
la spinta del volo nutre, bacia .

La vita del cuore distacca lo sguardo da me,
il tuffo del fagiano nella siepe, urla,
le piume deragliano la luce.

Il canto solleva nuvole di creature.
La terra scorre.
Sono giovane, ancora non nasco.
L’umidità gonfia il petto,
è il calore del mattino, libera il sangue, entusiasma.

La pioggia libera il respiro nelle radici del vento,
l’aria mi aspira nei suoi tentacoli,
io, nei miei, amo in segreto,
prego correndo,
le nuvole mi disperdono,
qualcuno ringrazia,
accoglienza senza luoghi.

Troppo semplice per parlarne, il mio giorno,
il tuo gioiello nel cuore brilla,
molto semplice per vederlo,
lo sguardo della corsa, il guizzo nella luce,
invisibile la mano slancia il peso,
mio e tuo fra le radici volanti,
adagiati in un nido di seppie,
vortici di scintille nel passaggio,
un fiume di oceani oltre il mio e il tuo,
un fiume , non il fondo del cuore.

Aspetto il tuo passaggio. Il tuo volto.
Nel passato avrei aspettato ancora.
Non sono uno che sta nel mezzo.
Affondo nelle pressioni scatenate dal tuo abbraccio.
La semplicità non ha smarrito le nostre visioni.
Il ritorno ha disperso la sicurezza.

Nell’ombra mi fissa di nuovo la vita,
incomprensibile ed irrisolta come sempre.
Non mi interessa, lei mi ignora.
Qualcuno ha raccontato della mia vita.
Solo tu mi osservi.
Io osservo dove tu osservi
e non vedo niente a parte te che ignoro.

E’ semplice non morire e non vivere,
io corro senza il cuore
e così mangio il cielo nascendo,
perchè me lo chiedi tu.

Entro ed esco per seguire gli impulsi che sono
senza cantare, fra gli alberi appari e non parli,
aspetti che gli impulsi mi consumino,
che il seme mi recuperi al seme, prima della semina,
non ti interesso se vivo per me stesso.
Perchè muovermi proprio ora che mi avete liberato?
Ascolto l’eco della mia nascita e non trovo nient’altro.
La mia presenza non sono io.

Tele, radici, tentacoli, moltitudini di esseri,
uno nell’altro, uniti e distinti, senza spazio,
senza tempo, è questa la folla in cui vivo.
La mia spontaneità non ha senso,
è il nome di una scelta che ho fatto una volta,
ma poi non so quel che ho fatto,
quel che ho trovato era già stato fatto,
quel che sono non mi appartiene nè mai mi è appartenuto,
una volta ero un anarchico,
adesso non esisto.

Che la verità si annidi in una gamba, in un ginocchio,
in una estensione, l’estensione poi vive da sola,
con immagini ma per lo più pressioni, allora
che la verità si annidi non mi è favorevole,
il pomeriggio e l’entusiasmo invece son certi di me, un attimo ancora.
Per dire amo? per dire entusiasmo? Per io dire,
non tu, non altri che me,
e dove mi trovo stasera?

Nella luce, ma è pesante l’incontro,
nella fame che mi unisce e dissolve,
trovo la fatica con gioia,
non la schiavitù.
Il giardino mi ospita sempre,
la notte è fredda e felice,
il rumore del cielo,
o il mio rumore,
già non ci sono.
Il tuo spazio è una continua
mancanza di contatto,
un semplice, aereo, volo,
in cui entro per sentito dire.
E poi tu.
Nella notte,
in una camera vuota
colma di luce invisibile.
E’ la luce in cui mi sono assorbito alla mia nascita,
guardanti.
Chi sei per essere me.

Nel cuore, nell’aria, nelle poche presenze del volto,
le sembianze dei laghi, i corpi mi avvolgono per sottrarmi
a me stesso.

Lunghe braccia attirano la pelle, nella brezza penetra
il gorgoglio della mia velocità,
avvolto dal passaggio degli storni, altre braccia,
altre pressioni.

I passi affondano nel fiume di lava,
attimi di riconoscimento,
di silenzio, di calma.
Mi appoggio alla vita, mi sottraggo al ritorno.
Tra le scintille sonore
mi osserva il cuore, i passi sono vortici,
una vita innocente, vegetale.

Quando sboccia l’inesistenza
io parlo del cielo,
gli altri mi raccolgono
ma non sono un popolo,
volentieri mi ignorano.

I corpi liberano il cielo dal rimorso,
arriva la neve,
è tempo di pace.

Il sale della terra raggiunge il volto.
Il volto è sudato, pieno d’aria, smarrito
dalle aspirazioni forzate dalla ripetizione del tuo nome.
Il nome dell’aria interrompe la mia mente,
il cuore mi giudica,
estraneo e felice nelle rovine del mio essere.
Questa è stata una posizione,
la presa della vita,
il vortice afferra una pressione sottile,
guizza nella luce di un qualsiasi destino,
per caso il mio,
nel tuo ventre ancora caldo.

La ripetizione sembra addirittura sensuale.
Ciò che è tuo vuole le lacrime,
non è la mia vita.
La ripetizione avviene nella luce accecante
di una strada fangosa investita dal sole.
L’inverno contro il mio cuore,
ore popolate di calore muscolare,
di tendini, di amore,
un abbraccio.

Le parole che seguono le ho scritte per provare il loro effetto evocativo su di me
mentre le scrivo.
Io comunico con me solo e sempre in modo evocativo , poi, talvolta,
presento ad altri la rappresentazione o visiva o linguistica della comunicazione avvenuta.

La percezione non è illusoria, la percezione avviene solo
in un ambito in cui l’illusione costituisce la realtà.
In assenza di percezione la realtà cessa.
Tra i mondi costituiti dalle numerose percezioni esistenti
e un innominabile ambito in cui nè percezione nè realtà esistono
vive una indefinibile varietà di realtà intermedie,
varietà indefinibili ma vivacissime ed estremamente presenti.
L’ambito del cibo, la sua esistenza, la sua necessità per
ogni forma vivente e non vivente, è parte
del processo di percezione-produzione-della realtà-illusione.
L’ambito dell’ego ugualmente è parte del suddetto
processo.
Anche l’uccisione e la morte sono parti del processo
di produzione di realtà illusoria.
In altre forme più sottili di realtà il cibo, l’ego, l’uccisione,
la morte sono aspetti ovvi di una circolazione di
elementi e di energie, della loro dinamica di equilibrio
e rottura di equilibrio.
L’equilibrio degli elementi comporta l’estinzione della
percezione, a livelli molto sottili l’equilibrio
degli elementi è lo stato in cui la percezione sta per
cessare, da quello stato diventa evidente come gli elementi
producano la realtà illusoria pur essendo loro stessi illusori.
Gli elementi non esistono, gli elementi sono la realtà percettiva
nella sua forma più semplice e più lontana da quel che io sono
come ego.
La morte e l’uccisione sono irreali per coloro che li percepiscono come irreali ma
non per coloro che ne parlano, come sto facendo io.
Ciò che si sa quando si conosce la non esistenza della morte e della uccisione
non è comunicabile tramite rappresentazioni.
La percezione illusoria è presente anche nel settore della
comunicazione non rappresentativa ma tende a dissolversi.
Il dissolvimento della percezione vince la morte e la sofferenza
ma ha poco senso parlarne.
Non temere di essere cibo, non temere la morte, non temere le emozioni,
è il solo modo che ho per conoscerle, e vederle dissolvere.
La dissolvenza della percezione della realtà non cancella la realtà,
cancella ogni forma di paura a un livello così profondo da non
essere neanche da me immaginabile.

Non devo lasciarmi ferire e fermare dagli aspetti infernali
della percezione in cui vivo, dal fatto che ho bisogno di
cibo e quindi di uccidere, dal fatto che io stesso sono
cibo per molti esseri, e che il loro pasto ha anche a che
fare con la mia morte.
Sono parte di un connettivo che è il mio presente il mio passato
e il mio futuro, ma nè quel connettivo, ne il tempo,
vogliono stare con me, nè sono parte di me
perchè io semplicemente non esisto.
L’amore è presente in tutto mentre tutto svanisce.
Mentre tutto svanisce è l’amore che compare,
niente succede senza amore.
Quando anche l’amore svanisce tutto il mio parlare
finalmente non ha più senso per me.
La luce del vento
ingombra di pioggia
risplende sulla pista infangata
dove affondo nell’acqua
e corro, corro,
non vedo che te.
Seguo le tue parole.

Il gioco dell’immersione è tuo,
mi hai scelto per lasciarmi libero.
Non interrompo la tua brezza, il tuo vuoto,
la tua pressione sospesa nel mio respiro.

Infinite appare il colore,
ti bacio,
qualsiasi cosa tu sia.

Le mani afferrano.
Sono vuote, avvolte dall’acqua,
roteano nel calore del mio corpo cercando il tuo.
Il giorno affonda nel ventre, il respiro tinteggia la vista.
E’ bello cominciare la vita nelle tue vicinanze,
la sabbia teme le tue orme,
riga la mia pelle investita dalla schiuma marina,
fermo sul bagnasciuga,
io nel tuo vento invernale.

Il sole illumina, giorno dopo giorno.
Nasce ed è già terra, sole, acqua, amore.
Non nasce, nutre il mio ascolto, pressione delle tue mani,
il bosco palpita.
Nel mare, nel bosco, nel tempo della mia illusione,
il vento mi piega,
il raccolto brilla,
non esito.
Il sole infrange.
Non credo di conoscerti.
Il tuo contatto mi imprigiona,
spingi nella sabbia, nella neve,
dovrei aiutare il cielo,
l’apparenza del tuo volto notturno,
amerò.
Vivere è un gesto amichevole.
Tu mi offri attimi,
nidi del cuore,
respiri nel vento,
io sono lì, in un soffio,
nel mio tempo,
accorto ai gesti del sole.
Le tue voci sono ovunque,
libere, indipendenti,
evitano il tuo ed il mio,
le voci del bosco, delle radici,
delle acque sonore, degli abbracci immaturi.
Le immagini piovono sulla terra,
per i cechi e i sordi,
per gli eletti dei venti,
per i solitari della mente,
ogni respiro annodato al proprio corpo,
ogni respiro mi conduce a te.
Nel mio ventre gli animali ti hanno scelto.
La raccolta è la mia avventura,
al culmine del raccolto
io non sono presente,
i sensi che mi appartenevano
fluttuano incuranti della prigionia
e della libertà.
Nel giorno cerco il tuo futuro.
Il sole è la mia decisione,
mi abbandona nel bosco,
costringe i miei palpiti all’ascolto,
a nutrirmi di acqua e terra,
mi preme contro il tuo amore.
Non esito.
Mi lascio infrangere,
stretto nella tua prigionia.
non ti credo,
sono avvolto dalla tua energia
ma non mi accorgo della tua vita.
Gli abbracci del mio cuore
sono per la tua amicizia.
gli amori non hanno coscienza,
le loro parole sono il muio corpo immaturo,
adolescente e libero.
Ora corro in corpi di nuvole.
Nuvole di energia trattengono nuove vite.
Lampi discendono, la corsa è sfrenata.
Raggiungo il limite.
Vengo raccolto, annodato nel cielo,
il riposo in un ventre estraneo,
il petto inodore, senza luoghi,
una sola fonte.
Appare,
è l’ombra di un continente,
una folla di anonimi amorevoli sorrisi,
i miei morti mi soccorrono
sempre entusiasti, avvolgenti.
E’ pronto, nulla devo toccare.
Il respiro, la fantasia,
l’acqua mi spinge,
l’aria mi preme,
all’incontrario la vita
mi assorbe nella natura.
I mucchi di foglie invernali
attraggono una moltitudine di uccellini.
Il loro volo risuona tra i miei passi.
La velocità è nell’eclisse del mio cuore.
Le foglie tornano a risplendere sugli alberi.
i rami fioriti abbracciano,
scivolano oltre l’esistente.
Un ritorno, una andata, ogni giorno la mia corsa
nella vita.

Non un se,
non un ma,
solo vivere, abbracciare, amare,
appena una immagine,
qualche parola,
una voce,
nella natura,
il vento mi cancella e consiglia,
di silenzio in silenzio,
non sono che immaginazione.

Quella delicata presenza creatrice
un po’ energia un po’ spirito che resiste, trattiene,
mi crea, costituisce il mio io, semtimenti, percezione.
La sua azione è il mio apparire, se non trattenesse
il flusso di espansione e riassorbimento io non sarei qui.
Il mio spettacolo non è il mondo, è il riflesso del mondo,
io stesso sono un riflesso trattenuto da mani invisibili,
non sono che azione immaginata, e canto e ballo
solo perchè non so camminare da solo nella natura.
Aspetto. Che le mani invisibili agiscano.
Che la natura agisca.
La calma non è un inganno.

La mia mano scosta l’acqua ma
l’acqua non si muove,
il mio petto assorbe il vento
ma il vento non si è mosso,
il mio calore fiorisce nella primavera,
ma le stagioni non sono mai esistite.
Io corro, ma non ha importanza,
mi emoziono eppure la laguna mi nutre
nella immobilità.
Avverto la pressione che la natura esercita
per creare il mio io,
ora sono qui,
attivo, inanimato.
Avverto la pressione che la natura esercita
per assorbire il mio io.

Una volta arrivato il silenzio della mente,
mi accorgo che le voci della mia mente arrivano dal
corpo esterno in cui vivo, il cosmo.
Il corpo che chiamo “mio” reagisce in modo automatico a quelle
voci ma può accorgersi di quel reagire automatico.
L’automatismo del mio corpo e quelle voci sono identiche, sono
lo stesso fenomeno.
Dato che posso cogliere l’auotomatismo e placare le voci interne
ma non posso bloccare i processi cosmici, io continuo la mia
automatica esistenza
accorgendomi del mio auotomatismo.
Accorgermi dell’automatismo fa parte dei processi cosmici,
non sono certo un creatore.
Accorgermi dell’automatismo è il processo cosmico
che mi conduce alla pace profonda.
Nella pace profonda io non esisto più,
anche questo è un aspetto del cosmo.
Nel cosmo tutto è automatismo senza essere un bel niente.
Non gioco con le parole, è l’automatismo della pace profonda
che cancella il senso di unicità della mia coscienza ordinaria.
Una volta cancellato quel senso di unicità gli automatismi
non sono più automatici e io non sono più umano nè altro.
Se non identifico il cosmo con il suo agire automatico
allora il cosmo diventa
una evocazione non identificabile, estremamente intensa e viva.
L’evocazione mi mette al riparo dall’accusa di abuso dell’utilizzo
della forma del paradosso, dall’accusa di voler essere un
qualche tipo di guru, dall’accusa di voler spacciare qualche
forma di conoscenza esoterica e da quella di
giocare al nihilista.

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